I Pupi: Arte, Tradizione e Identità Popolare
Un viaggio tra legno intagliato, colori vivaci e racconti epici che parlano dell’anima della Sicilia.
Data inaugurazione
25 ottobre 2025
Ubicazione
Piano 1
Orario apertura
- Sabato: 15:30 – 18:30
Ultimo ingresso: 18:00 - Domenica: mattina 10:30 – 13:00 pomeriggio 15:30 – 18:30
Ultimo ingresso: mattina: 13:00 – pomeriggio 18:00 - Lunedì: Chiuso
Per gli altri giorni infrasettimanali su prenotazione da concordare
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Biglietto Singolo € 5,00
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Ridotto a persona € 3,00
Per gruppi a partire da 10 persone
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Ridotto a persona € 3,00
Per gruppi scuola a partire da 10 persone
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Ridotto bambini - ragazzi € 3,00
I bambini da 0 a 6 anni non pagano
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Ridotto over 65 € 3,00
A persona (anche in gruppo)
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Guide - Accompagnatori turistici - docenti € 0,00
Guida
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Descrizione mostra
Mostra dei Pupi Siciliani
L’Opera dei Pupi viene riconosciuta e inserita dall’UNESCO nel 2001 nell’elenco dei beni del “Patrimonio Orale e Immateriale dell’Umanità”, accendendo un faro che ne illuminerà l’importanza culturale e storica, l’identità
Può essere considerata come la primordiale forma di quello che sarà il teatro di figura siciliano, le cui origini risalgono a partire dal XVIII fino al XIX secolo, caratterizzato da una tipologia di marionette intorno alle quali si sviluppano vicende, assumendo il ruolo di espressione di cultura popolare, diventandone un vero e proprio patrimonio antropologico oltre che artistico.
I PUPI ARMATI
I Pupi sono frutto di una cooperazione dell’arte artigiana: l’arte del ferro e dello stagnino nella cura del taglio e dello sbalzo delle parti armature, dell’intagliatore che modella e scolpisce le teste in legno, carta pesta o gesso scegliendo i canoni figurativi per ogni personaggio, della sartoria per le parti in tessuto e degli eventuali elementi accessori come i piumaggi degli elmi, o vestizioni di soggetti non armati.
Il puparo è il “deus ex machina creativo” di tutto, i paladini e i pupi siciliani sono sempre opere uniche al mondo tanto per la tecnica artigiana quanto per la concezione ideale tipologica.
Ispirati ai personaggi e alle imprese della corte di Carlo Magno, alle vicende eroiche dell’epoca medievale, all’epopea del bene che vince sempre sul male e sconfigge i nemici e i traditori, fino salvataggio di fanciulle inermi, e donne intrepide che vestono i panni di eroine in armatura.
Rispetto alle marionette i paladini – definiti anche “pupi armati” per la presenza dell’armatura completa di elmo e di scudo – hanno una peculiarità tecnica che li rende diversi, ovvero la guida della mano destra che non è mossa da fili ma da una asta di ferro che consente un movimento più vigoroso nei combattimenti, la possibilità di sfoderare e brandire la spada con una facilità sorprendente.
I paladini compaiono sui palcoscenici siciliani del teatro delle marionette all’incirca agli inizi dell’ottocento ma sulle origini di questa forma di teatro animato si trovano diverse tesi: da quella nativa spagnola trapiantata a Napoli e successivamente in Sicilia, a quella dei marionettisti siracusani. L’armatura è un elemento distintivo la cui composizione però è frutto più della necessità di movimento in scena, che di una perfetta riproduzione storica fedele del costume d’epoca, a cui si unisce
Differenze stilistiche e tecniche esistono tra i paladini di Palermo e quelli di Catania: quelli catanesi, più antichi, hanno una statura più elevata a differenza dei palermitani e dei messinesi.
Nei pupi catanesi la spada è avvitata a la mano destra, gli schinieri coprono la parte anteriore della gamba e le articolazioni del gomito e del ginocchio non sono coperte da armature, differentemente da quelli palermitani che hanno cubitiera e ginocchiera, gli scudi di preferenza rotondi, la visiera mobile le corazze e gli elmi particolarmente lavorati, le insegne sbalzate sulle armature.
Le figure femminili sono stereotipate in atteggiamenti di remissiva dolcezza e dignità, senza alcuna partecipazione mimica alla atmosfera guerriera, una viva accentuazione fisionomica e mimica è invece nei paladini più famosi: Carlo Magno austero con la faccia incorniciata da una fluente capigliatura e dalla barba bianca, Orlando con lo sguardo strabico, Rinaldo scaltro e beffardo, Gano di Magonza sempre in tono scuro in volto e in qualche occasione anche sfregiato, Angelica bellissima principessa orientale, in abiti splendenti, a volte con capelli veri, Bradamante eroica femminilità in armatura
I PUPARI
Figure pittoresche e attori loro stessi, sono i veri interpreti e protagonisti, autori colti e completi dell’arte popolare siciliana che ricavano dalle varie opere cavalleresche i copioni da portare in scena, curano l’allestimento scenografico come la costruzione dei paladini e di tutti gli altri personaggi, ai quali prestavano la loro voce cambiando il tono, il ritmo o la cadenza a seconda del soggetto recitante.
Erano loro i veri duellanti dietro le quinte, guidando i paladini nella destrezza dei movimenti cui accompagnavano la voce in una vera e propria performance completa con abilità e destrezza.
Per questo la loro formazione richiedeva un lungo impegnativo tirocinio per acquisire manualità e coordinazione tra il loro corpo e quello del pupo, la voce e la mimica dei personaggi, un mestiere tramandato di padre in figlio che ha dato vita a generazione di pupari che hanno appreso l’arte fin da bambini.
L’efficacia teatrale di questa severa scuola fu testimoniata dalla fama raggiunta nei decenni di attività fino al secolo scorso, che sorpassato il triste declino, ha rivisto una brillante rinascita seppur in un contesto minore – ma eccezionalmente apprezzato – rispetto al passato.
La prima famiglia di pupari attivi in Sicilia nel campo dell’opera dei pupi è stata quella catanese di Gaetano Crimi dal 1835, subito dopo iniziò la sua attività la famiglia Grasso, e vanno annoverate la famiglia Insanguine, i Napoli, i Greco, i Canino, i Pernice, i Giarratano, i Cuticchio, gli Argento.
A Messina sono stati Rosario Gargano, autore della storia di Belisario di Messina, e Peppino Grasso, originario della famiglia Grasso di Catania.
I pupi messinesi furono per molto tempo furono costruiti dall’ artigiano scultore Paolo Marini che per mezzo di un sistema di fili, riusciva a far muovere occhi e bocca con sorprendenti effetti.
Da citare è il rapporto tra opera dei pupi e cantastorie per le differenze e le assonanze: i pupari talvolta furono anche cantastorie ma se è comune l’enfasi del racconto e l’abilità del “cuntu”, la tecnica di esecuzione e di recitazione ha strutture totalmente diverse.
Il teatrino dei pupi narra di poemi cavallereschi e concentra tutta l’efficacia del racconto nei personaggi movendoli sulla scena in un ritmo variabile, da serrato e accelerato a misterioso e pacato, che ri accelera nei momenti drammatici e che improvvisamente si scioglie nel finale.
Il cantastorie recita segnando il tempo con una bacchetta che brandisce sul suo cartellone dove le scene sono raffigurate, le indica con la narrazione immobili come i personaggi che non hanno nessuna relazione diretta con il pubblico che segue in silenzio, applaudendo alla fine.
Nell’Opera dei pupi invece il pubblico partecipa direttamente, incita i pupi come se fossero vivi e apostrofa spesso i paladini, li applaude o li insulta, a seconda di cosa avviene.
Se il cantastorie deve essere bravo ad incantare nella narrazione con il suo cartellone, uno dei punti di maggiore difficoltà tecnica nell’opera dei pupi è dare il passo al personaggio che avviene bilanciando il corpo della marionetta sull’apertura delle gambe.
Il lessico teatrale è nobile e ridondante, con atmosfera aulica che raggiunge momenti di straordinaria efficacia e suggestione nella narrazione costituita dai lunghi duelli sostenuti da una colonna sonora coordinata suonata da un piccolo strumento a latere che si intersecava con il ritmo di battuta del piede con il quale il puparo segna i vari colpi.
Lo spettacolo è ancora vivo in Sicilia, ma in genere non vi vengono più rappresentati per intero lunghi cicli, l’abilità dei pupari è stata quella di far transitare fino ad oggi uno spettacolo teatrale di straordinaria bellezza emozionale con la forza della suggestione, l’arte della recitazione, la custodia di un patrimonio di valore artistico, ma soprattutto, umano.
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