Carretti

Un’esposizione dedicata ai celeberrimi carretti siciliani, autentici capolavori d’arte popolare. Rigorosamente dipinti a mano e realizzati da maestranze locali, ogni carretto racconta storie di cavalleria, folklore e tradizioni contadine: un viaggio tra colori vivaci, intagli raffinati e simboli della cultura siciliana. La mostra si svolge nella splendida cornice di Villa Sgadari a Petralia Soprana

I Carretti Siciliani: Arte, Tradizione e Identità Popolare

Un viaggio tra legno intagliato, colori vivaci e racconti epici che parlano dell’anima della Sicilia.

Data inaugurazione

25 ottobre 2025

Ubicazione

Piano 1

Orario apertura

  • Sabato: 15:30 – 18:30
    Ultimo ingresso: 18:00
  • Domenica: mattina 10:30 – 13:00 pomeriggio 15:30 – 18:30
    Ultimo ingresso: mattina: 13:00 – pomeriggio 18:00
  • Lunedì: Chiuso
    Per gli altri giorni infrasettimanali su prenotazione da concordare

Guida

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Descrizione mostra

UNA STORIA SU DUE GRANDI RUOTE

“…Tra gli aranceti e le alte canne brilla un mare meraviglioso, negli orti lavorano al sole uomini e donne, nelle piccole fornaci artigiane gli operai impastano la terra per le tegole, per le strade passano miriadi di carri dipinti, colorati, con le storie dei paladini …”

Con questa frase Carlo Levi descrive nel 1951 uno scorcio della Sicilia durante il primo dei tre viaggi – tornerà ancora nel 1952  e nel 1955 – che lo porteranno a scrivere una pietra miliare della letteratura italiana dello scorso secolo “Le parole sono pietre” un lungo struggente racconto sulla realtà umana della Sicilia degli anni cinquanta.

Prima di lui nel secolo precedente Guy de Maupassant nel 1855 lo definisce addirittura enigmatico come “le rebus qui marches” riferendosi alla complessità degli elementi costruttivi e decorativi, uniti insieme in un manufatto la cui funzione oltrepassa quella utilitaria di trasporto e si introduce in quella artistica scenografica del racconto pittorico.

E qualche anno prima nel 1833, compare nel resoconto di viaggio di Gonzalve de Nervo “… una specie di piccolo carro montato su un asse di legno molto alto…con l’immagine della Vergine o di qualche santo sui pannelli, e il loro cavallo, con una bardatura decorata con piastre di rame e chiodi dorati, porta un pennacchio colorato in testa…”

Così il carretto dipinto diviene tra gli elementi che stupiscono e meravigliano trasformandosi in una icona, la più nota e significativa, la più completa espressione dell’arte popolare siciliana, risultato di una collaborazione tra artigiani nel quale ogni bravura individuale contribuisce a dare vita ad un straordinario corpus unicum.

DIFFUSIONE 

A partire dai primi del diciannovesimo secolo fino a tutta la metà del successivo la sua presenza fu elevatissima in Sicilia, anche grazie al miglioramento della rete stradale con l’apertura e integrazione del sistema viario delle «regie trazzere»; nella sola provincia di Palermo, se ne contavano circa cinquemila a ridosso degli anni del secondo conflitto.

Quello che ne rimane oggi è il residuo di una rarefatta presenza che ha attraversato un momento di forte decadenza a rischio di “estinzione” se non fosse per una tempestiva rivalutazione che se non ne ha salvato l’uso ormai desueto in un tempo di totale meccanizzazione veicolare – se non per le manifestazioni folkloristiche – ne custodisce la funzione etnoantropologica unica nel suo genere.

Un mezzo se pur robusto dotato di una ruota elegante e sottile il cui lavoro di costruzione gravava su quattro diverse botteghe artigiane, il cui costo oggi risulterebbe  – e risulta – elevatamente oneroso.

La storia della diffusione del carro agricolo siciliano è comune a quella dei carri agricoli in genere ma ciò che lo fa risultare singolare, e non proprio chiaro, è il riferimento artistico decorativo non assimilabile a niente altro nella sua particolarizzazione, dove nessuna parte viene esclusa dall’essere in qualche modo adornata.

LA COSTRUZIONE

II primo artigiano è il carradore che lavora alla vera e propria fabbricazione utilizzando anche legni diversi per i singoli elementi: di abete per la cassa, di faggio per le aste, le mensole e i due tavolati, di noce per le due fiancate “i masciddara” e il portello posteriore “u purteddu”, di frassino sono i raggi della ruota detti “iammuzzi”. 

Matematicamente costanti sono le misure di tutte le parti costitutive e le variazioni si hanno solo in corrispondenza delle zone di costruzione: la tipologia palermitana e quella catanese le più diffuse.

Dalla bottega del carradore il carretto viene portato al fabbro “ u firraru” e dove la casa viene cinturata  con una robusta barra di ferro alla cui funzione meccanica viene posta sopra il fuso una ricca decorazione in ferro battuto  “la cassa di fuso” anch’essa nelle varianti zonali: in quella palermitana presenta il tipico motivo decorativo a trame del “rabiscu” ovvero l’arabesco, 

A Catania – come nel ragusano – la cassa di fuso presenta una complessa lavorazione quasi barocca con elementi diversi tra floreali e animali, figure antropomorfe, mitologiche o sacre. 

Il fabbro cintura la corona delle ruote che ferma con “i barroni” perni molto robusti che bloccano le otto barre verticali poste in giro attorno alla cassa. 

La costruzione del carro è quindi completata con la sistemazione di un particolare congegno tra le ruote e l’asse del carro: le boccole. 

A forma di tronco di cono sono fuse nel bronzo di Campana – una lega di 78 parti di rame e 22 di stagno – e incastrate nel mozzo delle ruote che per mezzo di esse girano intorno all’asse di ferro omogeneo.

Con un semplice sistema di rondelle si tengono ferme permettendo però un piccolo gioco, in modo che durante il movimento delle ruote le boccole urtano e rimbalzano continuamente contro l’una o l’altra rondella, ed è a questo marchingegno delle boccole che si deve proprio il caratteristico suono che avvertiva come un avviso sonoro, l’arrivo dei carretti. 

Il suono delle boccole era una delle due prove della riuscita del carretto: la resa “in frasca” si riferiva al legno impiegato, “in tono” si riferiva al suono delle boccole. Se le due prove si rivelavano buone allora il carretto era pronto per passare alla fase successiva, la decorazione.

LA DECORAZIONE

Il lavoro di decorazione si svolge in due momenti consecutivi: la prima fase è quella di smussatura degli angoli e quella dell’intaglio le cui forme abitualmente utilizzate sono quelle “a buccia di mandorla e a mammalucco” e arricchito di sculture figurali, così come vengono scolpiti tutti i punti determinanti come le stanghe in entrambe le facce interna e esterna, i barroni che terminano spesso con una testina, le mensole tra l’asse e la cassa, con due opposte figure, i cugni cioè i cunei tra le stanghe e i due tavolati, “la chiave” di raccordo tra le due stanghe nella fascia posteriore del carretto, e il cosiddetto “Pizzo” detto anche Pizzo di cassa, scultura di soggetto religioso al centro del travetto che è sopra l’asse di ferro del carretto. 

La chiave del carretto è spesse volte raccordata con le figurazioni delle fiancate delle quali interpreta plasticamente una scena, in questo spesso è l’indicazione del costruttore del carretto, del carradore. Il pizzo invece è una immagine di devozione scolpita in un riquadro, di solito chiuso da motivi floreali o architettonici nella parte superiore.

Dell’intagliatore, o scultore in genere non c’è traccia del nome nel carretto, a differenza del carradore e del pittore.  

La seconda fase afferisce alla pittura vera e propria che varierà dall’uso dei motivi geometrici su tutte le superfici fino alla serie delle rappresentazioni nella campiture e degli “scacchi” delle fiancate. 

Esiste una differenza dei motivi decorativi anche per quanto riguarda le sculture tra il carretto di Catania e quello di Palermo: mentre nel primo si incontrano spesso aquile e ippogrifi, canestri e altre baroccheggianti composizioni, nel carretto palermitano si hanno motivi e trame stilizzate soprattutto antropomorfe e fitomorfe.  

In una prima fase il carretto è trattato con due o tre mani di colore, successivamente arricchito di una decorazione filiforme con una vasta serie di ornati geometrici o a rosette,  nella seconda si passa alla vera  pittura che viene eseguita dal mastro di bottega.

Le bozze vengono riportate sugli scacchi per mezzo di grandi cartoni a mano libera dove c’è l’indicazione dei colori con una numerazione cifrata, la particolare tecnica scenica e quella cromatica mettono i personaggi in primo piano, il colore piatto non ha sfumature ed è sempre molto carico, la visione scenografica prospettica è poco presa in considerazione e le figure sono sempre bidimensionali senza ombreggiature. 

Questi sono gli elementi che conferiscono una viva efficacia visiva a chi guarda le immagini, contribuendo alla numerosissima variazione tematica della narrativa pittorica dove accanto alle vicende dei Paladini di Francia, dei santi, dei  miti e alle opere liriche, appaiono temi ispirati alla storia e alla cronaca, come alla Bibbia, e alla vicenda cavalleresca in genere. 

Nell’affermarsi del carretto insieme al passaggio dalla primitiva ingenua coloritura delle immagini devote alle più complesse e articolate figurazioni dei “masciddara”, si ha una migliore definizione degli elementi strutturali del carretto. 

DIFFERENZE 

Differenze in questo senso persistono tra il carretto della Sicilia orientale e quello della Sicilia occidentale che per parecchi aspetti presentano una diversa evoluzione: la forma della fiancata, o “ma-sciddaru” è rettangolare nella provincia di Catania mentre è trapezoidale in quella di Palermo e di Trapani.

Così come la cassa di fuso ha due diverse trame decorative e i colori di base nelle pitture risultano differenti: il carretto palermitano ha dominanti il rosso e il giallo -colori della bandiera municipale di Palermo e anche di più antiche decorazioni – quello catanese ha una tinteggiatura di base in turchino sempre ben visibile per la minore complessità delle raffigurazioni.

LE AREE PRODUTTIVE 

La costruzione e la decorazione del carretto erano legate non solo a determinate botteghe, ma interi rioni o quartieri dove si effettuava questa attività, ad una continuità trasmessa di padre in figlio.

La bottega dei carratori e dei fabbri arano contigue e poco più in la o accanto, erano quelle dei decoratori e dell’intagliatore o scultore, il laboratorio del mastro pittore. 

Oggi una nuova vitalità ha dato motivo di esistere a questa forma di Arte popolare, animata dalla consapevolezza che il carretto è un simbolo non soltanto dell’artigianato di pregio, ma rappresenta una icona viva della testimonianza di un patrimonio di inestimabile valore, un patrimonio soprattutto umano, che ha unito la creatività all’ingegno di soluzioni matematiche e tecniche , oltre che estetiche.

Se all’uso agricolo oggi si è sostituito esclusivamente quello artistico lo si deve ad appassionati artisti che si sono dedicati alla salvaguardia di questo elemento ed alla sua sopravvivenza dando continuità ad una tradizione artigiana pregiata.

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